sabato 2 aprile 2011
Limericks e favole XI
Ebbe un'infanzia triste senza coccola,
quella gran bella verza, all'Alpe Noccola.
Nata in mezzo ai pomodori
e non con i cavolfiori,
le dicevan: "Sei la brutta e nana broccola".
dal mazapegul
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venerdì 1 aprile 2011
I limericks

Il limerick è un componimento poetico dalla struttura rigida assai. Originario dell'Inghilterra, le sue radici sono oscure. Di sicuro si sa che il nome viene dall'omonima città di Limerick, in Irlanda. Nei limericks sia la metrica, che il contenuto devono soddisfare a delle prescrizioni.
Metrica. Il limerick si compone di cinque versi che rimano AABBA. I versi A sono più lunghi, quelli B più brevi. In un tipico limerick italiano si possono avere versi A endcasillabi (accento sulla decima sillaba) e versi B settenari (accento sulla sesta sillaba).
Contenuto. Il primo verso deve finire con un nome proprio di luogo, che dev'essere anche la fine dell'ultimo verso. Il primo verso presenta un personaggio; il secondo descrive la situazione di partenza; il terzo e il quarto sviluppano la vicenda; l'ultimo verso fornisce una morale o una conclusione.
Ecco un esempio:
Un diavolo sporchissimo di Dozza
mi ruba il maglione e me l’insozza;
ma io prendo il sapone
e lavo il mio maglione
e il diavolo ora pulito di Dozza.
Con tutta la sua rigidità, il limerick non può essere che ironico, spesso addirittura privo di senso comune. Ho letto dei limericks dal fondo agro, ma facevano comunque sorridere.
Una volta fissate le regole per comporre un limerick, è bello modificarle o violarle. Nei limericks e favole che trovate su questo blog le regole aggiuntive erano: (i) l'ultimo verso deve riprodurre, modificato in un paio di lettere al più, il titolo di una fiaba, su cui (ii) il testo del limerick deve avere qualche riferimento. E' più semplice comporre con dei versi pari (decenari, ottonari), piuttosto che con versi dispari.
Come spesso accade, è proprio la rigidità estrema ad aprire la pista alla fantasia, la costrizione a liberare la mente. Nell'assenza di vincoli, in piena libertà di forma, la gran parte di noi precipita immediatamente nell'ovvio e nello scontato. I ragazzi che scrivono sulle pensiline degli autobus i loro messaggi a pennarello vanno spesso poco al di là di un piatto "ti voglio bene", abbreviato in TVB, al più rafforzato in TVTB (ti voglio tanto bene) o TVTTB, e via T'aggiungendo. Il massimo di libertà coincide qui col minimo di liberazione. Fino a giungere al disperato (e disperante) "ti amo più del'aria che respiro", scritto evidentemente da persona che non mai sofferto d'asma, né ha provato il brivido dell'apnea in mare.
Scrivere liberamente in verso libero è cosa che riesce solo ai poeti. Avere dei vincoli, per noi comuni mortali, costringe invece a cercare in cataloghi poco frequentati di parole, a inventare, rabberciando rime sfuggenti da ogni parte, situazioni e storie che, pensandoci su liberamente, non avremmo mai immaginato.
Maestro dei limericks fu lo scrittore e illustratore Edward Lear (1812-1888), famoso soprattutto per i suoi nonsense verbali. I limerick illustrati qui sotto vengono dal suo LIbro del nonsense.



Per vivere, comunque, Lear faceva anche illustrazioni più sensate, anche se meno divertenti:

Ecco un bel sito italiano dedicato ai limericks, ricco anche di link. In rete ci sono alcune edizioni del Libro dei nonsense, con tanto di componimenti e illustrazioni.
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mercoledì 30 marzo 2011
Limericks e favole X
Fece un'orsa polare di Bethel
un igloo di cassate a zia Ethel:
voleva la zia
che -persi per via-
arrivassero li' Hansel e Grethel.
dal mazapegul
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martedì 29 marzo 2011
Limericks e favole IX
Tre re dell'isola di Santorini
le mani han nel ragù fino ai polsini.
Un cameriere attonito
(respinge a stento il vomito)
osa pensar: "Ecco i re porcellini."
dal mazapegul
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mercoledì 23 marzo 2011
Primo Casalini: un ricordo

Un anno fa, il 16 marzo 2010, moriva Primo Casalini, di cui ero amico e alle cui attività in rete avevo collaborato -senza il suo talento e senza costanza- per qualche anno. Ci eravamo conosciuti nel 2002, ai tempi dei movimenti politici neo-ulivisti, ma la nostra amicizia era poi cresciuta ad abbracciare altri interessi. Ci siamo incontrati di persona meno di dieci volte in tutto, ma eravamo in continuo contatto per via di posta elettronica.
Solimano, il nick di Primo, era un ingegnere dell'IBM prepensionato durante una delle tante ristrutturazioni della multinazionale. Veniva da una famiglia operaia emiliana, il padre era ferroviere, ma abitava da tempo a Monza. Alla solida preprazione degli ingegneri, Solimano univa una curiosità onnivora per la cultura, una preparazione quasi professionale nell'arte e un pensiero sempre in movimento, libero e creativo, ma anche critico e rigoroso. Per Primo la cultura non era un interesse in sé, ma un modo per stare nella vita; un punto di vista sulle cose grandi e su quelle piccole; il tratto comune a un piatto di tortellini, alla difficoltà di rapportarsi con gli altri, a un paesaggio intravisto dal finestrino d'un treno. Credeva che tutto ciò non fosse campo esclusivo dei filosofi e degli artisti, che riconosceva come maestri, ma che potesse e dovesse essere alla portata di chiunque.
Ciascuno di noi, avendo di tanto in tanto esperienze intense e possedendo un linguaggio, è in grado di scrivere cose interessanti e istruttive, di valore universale. Non sarà necessariamente arte o letteratura, certo, ma nel mondo di internet non c'è più la necessità di pubblicare: tutti possono scrivere per un pubblico sconfinato. Il fatto che ciò avvenga senza spese e senza grande sforzo editoriale, però, non deve indurre alla sciatteria e alla vuota chiacchera. Ha senso scrivere solo se si guarda alla qualità. La qualità, scrivendo in rete, è la considerazione per quelli che leggono e, quindi, lo sforzo di scrivere con verità. Sulla verità, ciascuno di noi è giudice di sestesso: l'importante è essere giudici critici e sinceri. E scegliere bene le immagini.
Spero di aver riassunto fedelmente lo spirito della teoria che Primo aveva più volte illustrato al piccolo e mutevole gruppo dei suoi collaboratori.
Tra le iniziative di Primo vi sono diversi blog. Uno di quelli che lui amava di più era abbracci e popcorn, un blog di cinema che, in poco più d'un anno, aveva fatto un milione e mezzo di visite. Doveva essere un blog sul cinema come lo si vede da spettatori, non da critici, né da lavoratri del cinema. Era andato, secondo me, ben al di là di questo obiettivo iniziale. Rimando, in quel blog, a un bellissimo pezzo di Primo sulla pittura nel Decameron di Pasolini. Tipicamente, Primo vi analizza minutamente la maniera in cui Pasolini aveva cercato di rendere attuale e cinematgrafica la visione di Giotto, facendo dialogare diverse epoche e mezzi artistici, come spesso accade nella poetica pasoliniana.
Primo era anche impegnato nella sua Monza: aveva contribuito a creare diverse associazione di successo e collaborava spesso alla bella rivista monzese online Arengario, tutt'ora vitalissima.
Scrivo qui di Primo non solo per l'amicizia che ci legava e per gratitudine per tutto ciò che, soprattutto in campo artistico, ho imparato da lui; ma anche perché -curando questo blog per l'associazione Incontri- ho saccheggiato le sue idee in merito ai blog e persino l'impostazione grafica particolare. In rete si trovano diverse cose scritte in ricordo di Primo; metto il link a quella che scrissi per avvisare i naviganti che Abbracci e Popcorn s'era interrotto per una ben triste causa.
martedì 22 marzo 2011
LImericks e favole VIII
Un gigante di Castiglion Fibocchi
infestato dal capo fino agli occhi
da mille falegnami
coi loro figli strani,
la testa si grattava dai Pinocchi.
dal mazapegul
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venerdì 18 marzo 2011
La rovina del giocatore e il nucleare

Mentre si attende con ansia (per i giapponesi) di sapere se la parziale fusione del nocciolo in diversi reattori nucleari possa venir messa sotto controllo, ciò che tutti sperano, si riaccende il dibattito sul nucleare in tutto il mondo, Italia compresa. La parte più importante del dibattito riguarda la sicurezza. La domanda cruciale è: cosa vuol dire "sicuro" quando si parla di impianto nucleare civile?
L'incidente nucleare in Giappone è l'effetto secondario di circostanze rarissime e enormemente tragiche. Quanto devono essere tenute in conto le circostanze rarissime, quando si parla di sicurezza?
Il problema andrebbe rovesciato dalle circostanze ai loro effetti. Cosa possaimo dire nel caso in cui, come adesso in Giappone, ogni sistema di sicurezza (e ce n'erano molti) imprevedibilmente fallisce lo scopo? Alcuni dicono che la domanda, ai fini della sicurezza, non ha senso. Io credo che, invece, lo abbia. Riformulo la domanda: se tutti i sistemi di sicurezza falliscono, c'è qualcosa che può essere fatto? C'è un limite accettabile alla catastrofe?
Quello che stanno facendo un centinaio di eroici tecnici in Giappone è proprio, con gravissimo rischio per la propria vita, cercare di rispondere concretamente alla prima domanda, sospettando che la risposta alla seconda domanda -un possibile fallout radioattivo su Tokio- sia inaccettabile.
A chi ritiene il problema della sicurezza-al-di-là delle misure di sicurezza un controsenso, obietto che questa situazione è uno dei cardini della teoria elementare delle probabilità.
Avrete spesso sentire qualche conoscente esporre la strategia del raddoppio per giochi d'azzardo. Prendiamo testa-o-croce. Punto un euro. Se perdo, gioco due euro. Se perdo ancora raddoppio a quattro, e via andando. Non appena vinco, rimedio tutte le perdite precedenti, più il guadagno di un euro. Se ho una scorta di euro abbastanza grande, posso resistere al raddoppio per decine di tentativi. Per la legge dei grandi numeri, la probabilità di perdere decine di volte di seguito è infima. Quindi, con ragionevole certezza sono sicuro di uscire con il mio euro di vincita (anche in caso di moneta truccata!).
Il diavolo sta nella probabilità infima. Infatti, se mi fermo prima di aver vinto un euro, ho accumulato solo perdite. Devo quindi procedere. Se arrivo al punto di esaurire il capitale, ho perso tutto nel tentativo di vincere un euro (mille euro circa per dieci tentaivi, un milione per venti e così via; se la moneta non è trccata). Ora, è razionale questa strategia?
I probabilisti formalizzano il tutto sotto la nozione di "guadagno medio" (che nel gioco appena descritto è nullo) per mostrare che, fatalmente, uno che giochi con questo schema finirà in rovina: chiamano questo il Teorema della Rovina del Giocatore. Da un punto di vista meno teorico, vediamo bene che le conseguenze nel caso sfortunato (la rovina totale) sono inaccettabili, pur essendo improbabili, rispetto ai molti casi fortunati (in cui guadagno un modesto euro).
I sostenitori del nucleare a uso civile devono mostrare che il caso residuo, quello molto sfortunato, non è "la rovina del giocatore". Che, esaurite le misure di sicurezza, non è la fine di Tokio, o di Parigi, o di Milano. Umberto Veronesi, un difensore sensibile e intelligente del nucleare, lo ha capito subito. Molti altri difensori del nucleare, vuoi perché meno intelligenti, vuoi perché meno sensibili, non l'hanno capito per nulla.
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